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GIOVANNA D'ARCO
(Jeanne d'Arc)

1999, Francia

VALUTAZIONE 6

Sceneggiatura Luc Besson e Andrew Birkin

Regia Luc Besson

Interpreti Milla Jovovich, Dustin Hoffman, Faye Dunaway, John Malkovich, Tcheky Karyo, Pascal Greggory, Vincent Cassel, Richard Ridings, Desmond Harrington, Timothy West, Rab Affleck, Stephane Algoud, Edwin Apps, David Bailie, David Barber

Il sito ufficiale del film

Produzione Thou Shalt Not Kill, Gaumont e Columbia

Produttore Patrice Ledoux

Co-produttore Bernard Grenet

Fotografia Thierry Arbogast

Montaggio Sylvie Landra

Musiche Eric Serra

Scenografie Hugues Tissandier

Costumi Catherine Leterrier

Sonoro Vincent Tulli

Effetti speciali Georges Demetrau e Alain Carsoux

Trucco Kuno Schlegelmilch, Magali Cyrat e Marianne Collette

TRAMA

La storia è, più o meno, nota a tutti: nel XV secolo, in piena Guerra dei Cent'anni, la piccola Giovanna sente le voci e, dato che ancora non esistono i walkman, si convince di parlare con Dio. Dopo aver assistito inerme al brutale omicidio della sorella da parte degli inglesi, fugge dalla casa degli zii per correre in una chiesa per entrare in comunione col Cristo, dopodichè la troviamo improvvisamente 19enne che chiede udienza al futuro re di Francia, il delfino. Ella è convinta di essere la messaggera di Dio e che dovrà condurre l'esercito francese a riprendersi ciò che gli inglesi hanno ingiustamente conquistato, portando il delfino a Reins dove lo vedrà incoronato. Con lo stupore generale, riesce nell'intento di espugnare molte delle città assediate (e a vedere incoronato il re), ma l'assedio di Parigi fallisce miseramente, anche perchè il re, ormai sul trono, è più interessato alla diplomazia che alla guerra e non le manda i rinforzi richiesti. Ma c'è di più: la pulzella ora è una variabile troppo pericolosa, ed il sovrano fa in modo che venga catturata e venduta agli inglesi, i quali, previo un (in)giusto e (s)corretto processo ordito dalla Chiesa, la mettono al rogo.

RECENSIONE

Va detto subito che Besson si prende non poche libertà con quella che è la storia ufficiale: Giovanna non ha mai assistito alla morte della sorella, e soprattutto fu accompagnata sempre dal fratello che finì catturato con lei. Il cambiamento non è da poco, giacchè è proprio sulla parte iniziale che poggia l'intero film: quella che Besson ci mostra è una Giovanna ossessionata non solo dalla Fede, ma anche dal desiderio di vendetta per la morte della sorella, al punto da farle credere di parlare con Dio. Già perchè quella che vediamo non è affatto una santa, ma una psicopatica che parla da sola, che si auto-convince di essere benedetta per placare i sensi di colpa e la sete di vendetta (e per comodità di tesi viene saltata a piè pari tutta la giovinezza di Giovanna, tra l'altro con un salto narrativo mal congegnato). Nella parte finale, infatti, Giovanna interloquisce (noiosamente a lungo) con la propria coscienza, inspiegabilmente interpretata da Hoffman, giungendo alla rivelazione di aver mentito a se stessa e agli altri.
Besson è ovviamente libero di interpretare la figura della pulzella come gli pare, il problema sta nel fatto che la sua teoria suona più come una provocazione gratuita che come una seria riflessione (vista anche la rilettura della storia a proprio piacimento), e francamente a chi interessa una simile "eresia"?
Il film soffre di un fastidioso dualismo: in certi momenti è fortemente drammatico, in altri quasi parodistico (da segnalare le banalissime battute umoristiche messe in bocche ai soldati, degni della peggiore Hollywood), senza far mai capire da che parte stia l'autore: da qui nasce anche la schizofrenia della protagonista, interpretata con risultati alterni dalla Jovovic (molto brava nella parte finale, troppo macchiettistica nel resto), che appare più come un'adolescente alle prese con la pubertà che una condottiera. E davvero risulta difficile credere che dei soldati abbiano seguito una tale arrogante mocciosa!
Le scene di guerra di cui abbonda la parte centrale sono di maniera, con alcuni effettacci gratuiti e sequenze di massa che ricordano troppo BRAVEHEART, mentre c'è uno stupefacente spreco di grandi attori in parti minori (Cassel e il già citato Hoffman) che sembrano esserci solo per far nome sulla locandina.
Alla fina, cosa rimane? Curiosamente, viste le mie premesse, un'ottima regia, stranamente equilibrata ed efficace, che quasi da sola rende guardabile un film altrimenti indecente: se solo Besson imparasse a scrivere, piantandola di scimmiottare il cinema d'oltreoceano nel tentativo di piacere a tutti, i suoi film sarebbero perfetti.
Da segnalare, infine, le pessime musiche e la canzoncina finale, in stile TITANIC, davvero comica: val la pena fermarsi per i titoli di coda per farsi due risate...
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