I
FIUMI DI PORPORA
(Les rivieres pourpres)
2000,
Francia
VALUTAZIONE
5
Sceneggiatura
Mathieu Kassovitz e Jean-Christophe Grangè tratto dal romanzo
di Jean-Christophe Grangè
Regia
Mathieu Kassovitz
Interpreti
Jean
Reno, Vincent Cassel, Nadia Fares, Jean-Pierre Casse, Karim Belkhadra,
Didier Flamand, Francois Levantal, Francine Berge, Dominique Sanda,
Philippe Nahon, Laurent Lafitte, Robert Gendreu, Christophe Bernard,
Nicky Naude
Il
sito ufficiale del film
Produzione
Gaumont, Legende Entreprises, TF1 Film Production e Canal +
Produttore
Alain
Goldman
Produttore
associato Catherine
Morisse
Fotografia
Thierry
Arbogast
Montaggio
Maryline Monthieux
Musiche
Bruno Coulais
Scenografie
Thierry Flamand
Sonoro
Vincent
Tulli e Cyril Holtz
Effetti
speciali Christian Guillon
Trucco
Jean-Christophe Spadaccini, Nathalie Tissier e Denis Gastou
TRAMA
Le
indagini di due poliziotti francesi, provenienti entrambi dalla
capitale e giunti in un paese di montagna per motivi diversi,
apparentemente distanti tra loro finiscono per incrociarsi.
Uno è uno specialista inviato da Parigi per indagare sull'efferato
omicidio di un membro dell'esclusiva Università del paese,
comunità auto-sufficiente ed elitaria che pare nascondere
più di un segreto, e l'altro indaga su una banale profazione
di tomba apparentemente di stampo neo-nazista, ma che presto scoprirà
collegata alla trafugazione di documenti presso una scuola elementare.
I corpi martoriati diventano tre, i due poliziotti si incontrano
mentre uno indagava nella casa di una vittima che l'altro riteneva
colpevole della profanazione, e lentamente si profila un aberrante
progetto eugenetico di ispirazione nazista che coinvolge l'intera
Università ai danni del paese montanaro. Ma nei corpi delle
vittime si nascondono gli indizi per la soluzione del caso, e
il drammatico scontro finale con l'assassino rischia di travolgere
l'ateneo in una furiosa valanga: ovviamente, finisce tutto a (quasi)
tarallucci e vino...
RECENSIONE
Una
cosa bisogna dirla: il cinema francese, per quanto spesso spocchioso
e auto-compiaciuto, si trova sempre diverse spanne più
avanti rispetto a quello nostrano, che mai sarebbe in grado di
produrre un'opera che, per quanto discutibile, dimostra una notevole
professionalità e capacità produttiva.
Fatta però questa doverosa considerazione, va detto anche
che, purtroppo, nel realizzare un prodotto "di genere"
non proprio al cinema d'oltralpe gli autori siano finiti per rifarsi
fin troppo a quel cinema americano che del serial killer ha fatto
un vero tormentone.
Vedendo questo film torna alla mente IL COLLEZIONISTA DI OSSA:
premesse interessanti e un inizio originale, cui però fanno
da contrappunto una sceneggiatura farraginosa che trasuda dialoghi
banali ("Da quanto tempo fai il poliziotto?" "Da
troppo tempo") e personaggi stereotipati.
Fatta salva l'improbabilità del soggetto (che ricorda I
RAGAZZI VENUTI DAL BRASILE), colpevole tra l'altro di sgonfiare
la tensione nel momento in cui viene svelato l'infame progetto,
il film arranca in escamotage narrativi triti (i cervellotici
indizi lasciati nei cadaveri colti al volo dal poliziotto, l'improbabile
attentato agli agenti compiuto di prima persona dal figlio del
rettore, il rapporto "complesso" con la vittima/carnefice)
e dettagli psicologici risibili (il poliziotto nervoso e manesco
affiancato a quello misurato e tormentato, e la classica dualità
bene/male incarnata da due gemelle), il tutto condito da siparietti
francamente inutili (la coppia di agenti decerebrati "alla
Tin Tin", la scazzottata con gli skin) che infondono al tutto
un certo senso di noia.
L'abilità narrativa del regista è indubbia, anche
se si lascia andare ad alcuni svolazzi del tutto fuori luogo,
così come le doti recitative degli attori (gli immensi
Reno e Cassell), ma non c'è nulla di più noioso
(e risibile) di un thriller con una sceneggiatura scricchiolante
e prevedibile.
Nonostante i notevoli incassi in patria, il film è in definitiva
un'occasione perduta di dimostrare l'abilità europea nel
giocare in un campo di predominio ormai americano: i numeri e
i mezzi ci sono, ma latita la fantasia.
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