IL
GLADIATORE
(Gladiator)
1999,
USA
VALUTAZIONE
4
Sceneggiatura
David H. Franzoni, John Logan e William Nicholson
Regia
Ridley Scott
Interpreti
Russell Crowe, Joaquin Phoenix, Oliver Reed, Connie Nielsen, Derek Jacobi,
Djimon Hounsou, Richard Harris, David Schofield, John Shrapnel, Tomas
Arana, Ralf Moeller, Spencer Treat Clark, David Hemmings, Tommy Flanagan,
Sven-Ole Thorsen, Omid Djalili
Il
sito ufficiale del film
Produzione
Red
Wagon, DreamWorks SKG, Universal, Scott Free
Produttori
Branko
Lustig, Douglas Wick e David Franzoni
Produttori
esecutivi Walter F. Parkes e Laurie MacDonald
Produttore
associato Terry
Needham
Fotografia
John Mathieson
Montaggio
Pietro Scalia
Musiche
Hans Zimmer e Lisa Gerrard
Scenografie
Arthur Max
Costumi
Janty
Yates
Sonoro
Ken
Weston
Effetti
speciali John Nelson, Tim Burke, Rob Harvey e Mill Film
Trucco
Paul
Engelen
TRAMA
Il
generale Massimo, vinta l'ultima battaglia contro i barbari in
Germania, viene designato come proprio successore dall'imperatore
Marco Aurelio in persona. Commodo, il figlio ambizioso e corrotto
di quest'ultimo, uccide il padre prima che si conosca la sua decisione
e lo succede al trono: il suo primo ordine è la condanna
a morte per Massimo e la sua famiglia. Il generale riesce a fuggire
e corre in Spagna per raggiungere moglie e figlio, ma i due sono
già stati trucidati e lui viene catturato da un mercante
di schiavi che lo porta in Africa. Lì viene venduto ad
una sorta di impresario di gladiatori, il cui girovagare presto
lo porta a Roma dove Commodo ha restaurato la tradizione dei giochi
nel Colosseo. Massimo, visto il suo ascendente sul popolo grazie
alle vittorie nell'arena, viene presto coinvolto in un complotto
del Senato per eliminare un imperatore ormai in pieno delirio
di onnipotenza, che si conclude con uno scontro cruento fra i
due proprio nel Colosseo...
RECENSIONE
Curioso
come in un film che vorrebbe esaltare il coraggio, questi venga
a mancare proprio a chi lo ha realizzato.
L'aver deciso di rispolverare un genere ormai morto, come già
accadde qualche tempo fa col western, poteva essere un'idea interessante,
ma invece di offrirne una rilettura in chiave moderna si è
scelto di creare un patchwork dei film del passato (in particolare
BEN HUR e SPARTACUS), aggiungendoci qualche tocco di Shakespeare
(RICCARDO III ma anche un po' di AMLETO), in un mix che sa di
stantìo e, soprattutto, inutile.
Giacchè, come il cinema d'oltreoceano ci ha insegnato,
nulla si crea e nulla si distrugge, si potrebbe anche sorvolare
sulla mancanza di originalità della storia (leggibile,
volendo essere generosi, come un omaggio ai classici del passato):
il problema è che, rispetto ai suoi predecessori, questo
film manca di nerbo e drammaticità.
Il protagonista, che si vorrebbe essere un eroe, viene presentato
come tale solo a parole, ma nei fatti dimostra solo di sapere
combattere e nient'altro: nessun malvagio da affrontare, nessun
dilemma morale da superare, solo qualche gladiatore da fare fuori
ed una vendetta personale ben poco sentita.
Gli sceneggiatori, mostrando una totale inettitudine, gli contrappongono
un cattivo che appare più patetico che malvagio (uccide
il proprio padre e la famiglia del protagonista, ma il resto del
film lo passa a cercare il consenso del popolo con i giochi: davvero
il Re del Male!), non gli danno alcuna statura morale (sbaciucchia
la sorella dell'assassino della sua famiglia a poca distanza dalla
loro morte) e, soprattutto, appare in balìa degli eventi
più che esserne artefice. Un protagonista moscio con un
avversario moscio in una Roma imperiale mondana laddove si vorrebbe
mostrarla corrotta e decadente, un Senato inetto che lascia nelle
mani di un gladiatore il destino dell'Impero (cosa abbia poi di
così temibile Commodo che nessuno voglia colpirlo, nel
film non viene affatto chiarito) e con poche e mal congegnate
scene di lotta, girate in modo confusionario e con uno sciagurato
uso del rallenty.
Che Ridley Scott non sia mai stato un grande regista già
lo si sapeva: privo di una sceneggiatura di ferro, il suo stile
si spegne in sequenze statiche e prive di fantasia, che rendono
il film sfilacciato e quantomai noioso, con giusto qualche scena
ispirata (su tutte, la salita nell'arena di Commodo vestito di
bianco e avvolto nella luce).
I dialoghi sono quanto di più banale e puerile si possa
immaginare, e non vengono salvati nemmeno dall'ottimo gruppo di
attori maschili (Crowe, Phoenix ma anche Reed e il perfetto Harris),
mentre la ricostruzione scenografica appare quasi perfetta e d'impatto,
cadendo però in alcune dubbie ricostruzioni digitali come
quella delle tigri.
Non un film bruttissimo, ma privo di quell'epicità che
da esso ci si dovrebbe aspettare e, soprattutto, uguale ad un
qualsiasi film con Steven Seagal.
L'accuratezza storica meriterebbe tutto un discorso a parte, che
certo non vale la pena approfondire giacchè non è
la veridicità che il film ricerca, ma va comunque notata
la facilità con cui il protagonista si sposta dalla Germania
alla Spagna e infine all'Africa (e cosa ci facessero dei mercanti
di schiavi vicino a casa sua, rimane un mistero), e il destino
del vero Commodo, che venne ucciso dal Senato dopo ripetuti tentativi,
cosa molto diffusa a quei tempi ma che nel film viene curiosamente
fatta apparire impensabile.
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